
Affermare la propria identità per le bambine è difficile. All’età di tre anni i bambini cominciano a guardare il loro corpo con più attenzione, fanno i paragoni con i familiari e scoprono delle somiglianze. Nelle famiglie in cui questo genere di discorsi viene affrontato il dialogo aiuta i bambini, maschi e femmine, a comprendere e a dare importanza alla diversità fra individui, trascorre un tempo per i bambini perché sia compreso, ma al termine superano questa fase con una dose di rispetto reciproco. In altre famiglie dove l’argomento è tabù o dove la bambina comincia ad essere trattata in maniera diversa rispetto al fratello maschio o invitata a comportarsi da “brava bambina”, senza dare attenzione a comportamenti di distacco dalla madre come forma di affermare una propria originalità dalla madre, le bambine vengono schiacciate nella loro espressività, si chiudono e si rivolgono ad imitare le madri nei lavori domestici, nella cura dei figli, nelle attenzioni estetiche, in pratica smettono di creare il mondo intorno a loro, mettono a posto quello che c’è. Cerco sempre di rivolgere un occhio particolare alle bambine dei miei corsi di educazione, al fine di far evolvere quella scelta limitante la loro creatività ed emotività, troppo spesso però, non posso portare a termine l’obiettivo perché devo prima dedicarmi alle urgenze di bambini spesso maschi, molto pulsionali o violenti o prepotenti da contenere. L’aggressività dei maschi si rivolge all’esterno, quella delle femmine all’interno, fa meno rumore, ma c’è e deve trovare vie d’uscita espressive, prima di far diventare le bambine o troppo remissive o troppo desiderose di indipendenza anche dai maschi.
Le autrici del testo “Sguardi di donne” Claudia Rinaldi e Ausonia Minniti sono state due mie compagne di corso presso la scuola triennale di psicomotricità di Aucouturier di Milano. Durante la formazione avevano già segnalato ai docenti il loro interesse rivolto all’espressività motoria delle bambine. Con questo mio articolo vorrei ancora una volta ringraziarle di questa loro sensibilità al mondo femminile che allora aveva risvegliato in me riflessioni e analisi sul mio modo di vivere la femminilità, sul mio modo di essere stata bambina e sul mio modo di essere donna.
A distanza di circa vent’anni, devo dire che la donna, ancora oggi, in Italia è relegata al ruolo di madre e di moglie, con attività se possibili part-time per occuparsi dei membri della famiglia. La politica sociale ed economica non investe sulle strutture che andrebbero incontro alle donne che vorrebbero lavorare a tempo pieno. Io stessa con la mia attività ho cercato di ritagliare tempi per i miei figli e la casa, mentre mio marito è “in prima linea” cioè è sempre al lavoro con poco tempo da dedicare alla famiglia, solo quello da investire in un lavoro che richiede continuità e costanza.
Sicuramente, credo che la donna, anche quella che lavora a tempo pieno, si sente più responsabile del marito, ma credo anche che se i mariti avessero il diritto di dedicare tempo alla famiglia, senza essere delle mosche bianche al lavoro, non si tirerebbero indietro.
Siamo ancora in una fase antecedente alla rivoluzione culturale e credo che si possa partire proprio da noi donne, soprattutto quelle inserite nelle professioni educative, a considerare con più attenzione le bambine, i loro modi di esistere e le loro idee. Le autrici vogliono sottolineare proprio questo aspetto dell’interazione: donne che osservano e garantiscono maggior attenzione al desiderio e ai bisogni delle bambine. Il loro punto di vista a me ha fatto molto bene, mi sono avvicinata a testi di Lella Ravasi Bellocchio come quello “Di madre in figlia” e ho partecipato con piacere ad uno dei loro primi lavori di espressività corporea femminile rivolta a sole donne. Ho dei ricordi ancora vivi di quelle esperienze di laboratorio presso il centro Il Delfino di Milano. Ho fatto amicizie così sincere che ancora oggi le frequento. Ricordo l’esperienza dell’uso dell’oggetto “borsa” come fosse ora. Le autrici nell’individuare l’elemento caratterizzante per eccellenza il mondo femminile, la borsa, hanno posto l’attenzione in maniera simbolica all’universo femminile e ne sono emersi segreti straordinari, nascosti in ognuna di noi. Ogni giorno noi donne ci muoviamo, ci vestiamo, scegliamo l’abito, senza però sapere il significato relazionale, il bisogno profondo che si cela sotto. La borsa è il contenitore privilegiato della donna, racchiude in sé una moltitudine di significati, primo fra tutti quello di contenere un contenuto formato da oggetti utili (documenti, soldi, cellulare) a meno utili (trucchi, spazzole, fazzoletti), da oggetti di conforto (caramelle, ) a farmaci per curare, guanti per proteggersi dal freddo. Insomma, è vero che nella borsa ci può stare un vero Kit di sopravvivenza, come se la donna dovesse essere sempre pronta a rispondere ad ogni mancanza. La borsa di una donna è ammirata e guardata per la sua forma, colore, marca è un contenitore utile al momento giusto per estrarre ciò che è richiesto in quel momento, come per magia, come il cappello a cilindro del mago. Nel film di Mary Poppins c’è una scena che descrive proprio questa magia della sua borsa, dal suo interno estraeva oggetti più grandi della borsa stessa, impossibili da avere con sé, come un attaccapanni, e ne aveva per ogni esigenza dei bambini.
Sarà il desiderio di stupire, d’incantare, di sedurre, di essere riconosciute speciali che conduce molte donne ad avere borse enormi, pesanti, pronte a tutto ? E per altre donne, sarà il bisogno saturato di dire sempre di si e di cominciare a dire di no, -non ce l’ho- ad averle condotte ad avere borse più piccole, solo per le necessità dell’uscita prevista ? Secondo mie riflessioni, la donna che sceglie la borsa grande si mette nella condizione di non chiedere mai e di rispondere sempre, di continuare a “fare la brava bambina”, mentre quella che sceglie la borsa piccola è nella condizione che se ha bisogno chiede, fa domande, risponde negativamente, è in uno stato più dinamico nella relazione. Non a caso la borsa piccola, la pochette, è usata per la sera, per degli incontri amorosi, la borsa si rimpicciolisce perché in quella occasione la donna che la indossa è disposta a chiedere, spesso solo all’uomo a cui è interessata e si mette nella condizione di ricevere.
Queste compagne che sento vicine, anche se da allora non ho più avuto occasione di rivedere, hanno avuto il merito di pormi sotto il mio stesso occhio di donna. Da quel laboratorio mi guardo e mi sono guardata con occhi più intensi, con più amore verso le mie fantasie, il mio corpo e ho guardato con più comprensione le bambine che ho incontrato.
Parlare di donne e di bambine è ancora molto raro, si studia la storia degli uomini, delle loro guerre, delle loro manie di ambizione, si studia e si sa poco delle storia delle donne, è molto meno in risalto. Le donne fanno notizia per la loro bellezza e seduzione o per la loro bruttezza, ma ancora troppo poco per il loro impegno.
Del testo alla pagina 180 riporto quanto segue: < L’affermazione di sé si contrappone in ogni individuo all’amore per il luogo della propria origine, la madre, dalla quale è necessario separarsi. Il percorso per completare la propria individuazione ha uno svolgimento particolare per la femmina, in quanto il corpo da cui deve separarsi le offre al contempo un modello di identità e non di diversità, come avviene per il maschio. Pertanto, ogni condotta aggressiva per la femmina diventa forma di opposizione alla madre uguale a sé, pericolo per la propria identità e integrità. Nella messa in gioco dell’aggressività ognuna dovrà incontrare la paura della perdita dell’amore della madre, il senso di solitudine che questo comporta, …>
Il problema dell’aggressività femminile è che è nascosta, la si può leggere nelle parole usate per comunicare invidie, maldicenze, nell’amore divorante e possessivo, l’aggressività femminile non è diretta, non tende alla distruzione dell’altro, ma tende alla separazione e all’allontanamento. Se l’angoscia per la separazione diventa insostenibile da sopportare, ecco che l’aggressività viene repressa fin dall’infanzia, con le conseguenze note della nevrosi e della depressione. Noi donne dobbiamo fare i conti con questo senso di separazione ambivalente che da un lato ci fa sentire sole, abbandonate e dall’altro, invece, ci fa sentire integre, unite e completamente formate a noi stesse.
Con questo articolo ho ripreso ancora in mano l’argomento donna e voglio sottolineare che l’osservazione psicomotoria rivolta alle bambine è un elemento in più che si aggiunge agli altri occhi di riguardo che dobbiamo avere per ciascun bambino maschio, femmina o altro che sia.
Il processo dell’identificazione non è per me vincolante ai due generi, è un processo talmente complesso che sono convinta che si estende anche ad altre espressività e che forse dura tutta una vita. Ciò che nella mia psicomotricità ho presente è l’obiettivo di benessere del bambino, che può essere raggiunto attraverso identificazioni derivanti dalla sua cultura sociale e familiare, il mio compito è quello di permettere che lui o lei riescano ad esprimersi, cosa che non è ancora garantita a tutti nel nostro panorama educativo sia all’interno della famiglia quanto di quello scolastico.
Ringrazio ancora le autrici per avere documentato il loro lavoro sulle bambine e sulle donne e auguro a loro un buon proseguimento nel lavoro e nella ricerca psicomotoria.
Bibliografia:
“Sguardi di donne” Claudia Rinaldi e Ausonia Minniti edizione Psiche 2
Lella Ravasi Bellocchio “Di madre in figlia”